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Levada


La chiesa di San Bonifacio a Levada di Ponte di Piave

Chiesa di San Bonifacio a Levada

 

 

Fra le poche opere antiche, sopravvissute al tempo. che oggi il comune di Ponte di Piave può vantare c'è chiesa di S. Bonifacio a Levada,  la quale occupa sicuramente un posto preminente per interesse storico ed artistico. A tutt'oggi non vi sono elementi precisi che permettano una datazione attendibile dell'edificio ma, un'analisi più generale  riferita alla storia antica del paese e uno studio accurato delle strutture della costruzione, consentono di formulare ipotesi plausibili e tali  da far ritenere che la chiesa potesse esistere, pur con caratteristiche diverse, già alla fine del XI secolo.
Efficace, per valutare l'antichità del sito, è sicuramente l'etimologia del toponimo Levada.
Due sono le ipotesi che si possono avanzare: la prima si riferisce a "terra elevata" e quindi alla conformazione del terreno, la seconda  presa testualmente dall'Olivieri  recita: "Levada o levata, via  sollevata, strada romana costruita più alta del suolo" Entrambe le versioni,  rimandano ad un passato remoto; nel primo caso perché è risaputo che in luoghi soggetti a continue inondazioni  i dossi più alti ( i castelliri di antica memoria) erano molto spesso oggetto di insediamenti umani, nel secondo caso poiché  Levada era situata nell'agro Opitergino  non è improbabile che vi passasse una strada romana minore e  questa fosse per l'appunto sopraelevata. Si potrebbe anche ritenere che il relitto toponomastico si riferisca alla strada Callalta oggi erroneamente chiamata Postumia, la quale congiungendo Oderzo a Treviso,  taglia in due il territorio di Levada. La vicinanza ad Oderzo e frequenti  ritrovamenti archeologici fanno ragionevolmente supporre che Levada, in epoca romana, fosse oggetto di diffusi insediamenti; mentre del preesistente elemento veneto a tutt'oggi manca qualsiasi riscontro oggettivo. Caduto l'impero romano, con le note vicende che accompagnarono la fine dell'antica Opitergium, venne a cessare una puntigliosa organizzazione politica e militare. Da quel momento le notizie storiche si fanno indirette e molto incerte. Sarà solo verso il X secolo, attraverso la riorganizzazione operata dalla gerarchia ecclesiastica, che nel nostro territorio si consoliderà un tessuto sociale stabile e strutturato. Succeduti gli imperatori tedeschi alla dominazione carolingia, i patriarchi di Aquileia e i vescovi a loro sottoposti, divenuti potenti grazie a investiture e donazioni, continueranno a sostenere con forza il sistema feudale che per secoli caratterizzerà l'assetto politico e sociale. Sempre nel X secolo, il nostro territorio vedrà fiorire numerose  istituzioni monastiche che diverranno  notevoli per l'importanza culturale e la vastità dei possedimenti. Basta citare, per quanto ci riguarda, le abbazie di Busco e Monastier. Fondate più spesso da Benedettini, Camaldolesi e Cistercensi queste abbazie, sostenute da imperatori e patriarchi,  rappresentarono fino a tutto il XIV secolo, un insostituibile riferimento economico e culturale. Spesso furono  i monaci a costruire materialmente le antiche pievi e le cappelle ad esse soggette e in particolare nelle aree rurali ne dettarono le tipologie architettoniche. A questo proposito, è significativo notare che nel 1090 il patriarca Popone, all'atto della consacrazione della basilica di Aquileia  da poco riedificata, donò al suo capitolo i frutti di venti "stationes" al porto di Piro (l'attuale Monastier). Queste "stationes", annesse all'abbazia di Monastier, corrispondevano ad empori commerciali e a botteghe artigiane,  dalle quali provenivano  manufatti e maestranze necessarie all'erezione dei nuovi luoghi di culto. Ritornando alla nostra chiesa, i documenti più antichi la descrivono come filiale dell'importantissima pieve di Negrisia. Fu quest'ultima (sorta attorno al X secolo) a fungere da matrice a tutte le chiese vicine. Il vescovo di Treviso ne era il  signore con i titoli di conte, duca e marchese e vi manteneva un gastaldo che amministrava la giustizia e custodiva il castello. Anche a Levada, oltre alla chiesa, esisteva un fortilizio di proprietà  della famiglia trevigiana degli Strasso. Il  loro capostipite  Traso,   alla fine del XII secolo aveva ricevuto in feudo la villa di S.Bonifacio di Levada che era divenuta un importante avamposto trevigiano ai confini con Oderzo. Un  atto notarile del 1347 descrive questo fortilizio dicendolo costruito sopra un "castellir" e munito di due torri, cerchie e fossati alimentati dal Bidoggia. E' ragionevole supporre che fossero proprio gli Strasso a costruire oltre al castello il nuovo luogo di culto. Era infatti costume fra i castellani medievali erigere delle cappelle annesse ai loro manieri, dedicandole a  un santo la cui vita potesse in qualche modo simboleggiare quella della propria famiglia.  Titolo della chiesa è S.Bonifacio, dedicazione rarissima in assoluto e probabilmente unica in tutta la diocesi, tanto che l'argomento meriterebbe uno studio particolare. Lo storico trevigiano Francesco Agnoletti, ritiene S. Bonifacio un protomartire patrono dei vassalli (quali erano gli Strasso) e simboleggiante, secondo l'etimologia "il fare bene". La famiglia degli Strasso iniziò il suo declino nel 1318 anno in cui, Cortesino di Strasso, capitano per conto del comune di Treviso della rocca di Cornuda, fu fatto prigioniero da Cane della Scala e dovette pagare per il suo rilascio l'esorbitante somma di 1500 ducati d'oro. Per far fronte all'impegno la famiglia  cedette alcuni dei suoi beni e probabilmente anche parte del castello di Levada. Il citato documento del 1347 informa, che Tommasino di Strasso, riuscì in quell'anno a recuperare metà del castello, compresa "la turris magna" la quale non era più in possesso della famiglia. Non si conosce l'epoca della scomparsa del fortilizio ma è probabile che la sua distruzione sia avvenuta nel corso del XV secolo a causa dei veneziani che, desiderosi di consolidare il loro potere in terra ferma, ridimensionarono gli inaffidabili castellani veneti e friulani diroccandone metodicamente i luoghi di rifugio. Il dosso, sul quale con ogni probabilità sorgeva il maniero, fu spianato in tempi recenti. A Levada oltre agli Strasso, ebbero diritti o possessioni i vescovi di Treviso e Belluno, i patriarchi di Aquileia, gli abati di Busco, Monastier e Follina. Il giuspatronato sulla cappella di Levada appartenne però sempre al vescovo di Treviso. Le prime notizie certe dell'edificio sacro sono di fonte ecclesiastica e si rinvengono a partire dalla fine del XIII secolo, epoca in cui le prebende valevano dieci lire e la cura era assicurata dal pievano di Negrisia, che vi provvedeva direttamente o inviando un suo cappellano. Nel 1500 il paese ebbe un curato proprio e a questi spettò il beneficio delle rendite a patto che rispettasse gli obblighi di ossequio a Negrisia in quanto chiesa madre. I parroci, però, per comodità continuarono a risiedere in Ponte di Piave fino al 1600, epoca in cui anche a Levada fu eretta la canonica. Sempre a Ponte di Piave dimoravano allora anche i rettori di Negrisia perché, nel frattempo, l'antica pieve romanica si era talmente immiserita da scomparire quasi completamente e il prestigioso e avito titolo di S.Romano fu provvisoriamente unito a quello di S.Tommaso di Ponte di Piave. Le osservazioni sulle strutture murarie e gli accurati scavi archeologici,compiuti a suo tempo per elaborare il progetto di restauro, dimostrano che la chiesa subì nel tempo varie trasformazioni. Per due volte fu allungata la navata; il muro ad est dell'abside fu abbattuto per ampliare il presbiterio e furono così distrutti alcuni affreschi che facevano parte del ciclo pittorico quattrocentesco. Lavori particolarmente rilevanti furono eseguiti nel ‘500 tanto che la chiesa e l'altare furono riconsacrati; una lapide datata 26 ottobre 1522, murata all'interno dell'edificio ricorda l'avvenimento. Artefice di questa importante ristrutturazione, che si rese indispensabile a causa dell'aumento della popolazione, fu il parroco Domenico da Refrontolo. Lo stesso curato commissionò nel 1530 al pittore trevigiano Francesco Bissolo due importanti pale per la chiesa da poco restaurata. La prima rappresenta S. Bonifacio fra i santi Agata e Pietro e  fu destinata all'altar maggiore, la seconda raffigura la Madonna con i santi Lorenzo e Paolo con il committente e trovò collocazione in una cappellina ricavata nella parete sud. Il piccolo fonte battesimale venne eseguito probabilmente sul finire del XVI secolo, quando  molti rettori delle cappelle campestri ebbero la concessione di battezzare. La chiesa di S.Bonifacio fu favorita dai nobili Ottoboni che nel 1667 eressero a proprie spese l'altare di S.Antonio. Questa ricca famiglia veneziana, nel 1661 costruì sul confine con Rustignè, la villa tutt'ora esistente e  passata nel 1898 agli attuali proprietari signori Mercante. Degli Ottoboni, si ricorda  il cardinale Pietro, eletto papa nel 1689 con il nome di Alessandro VIII e che nella sua giovinezza soggiornò nella villa di famiglia.

 

La Madonna della rondine